
L'associazione si riunisce tutti i venerdì sera dalle ore 21.00 presso la nostra sede in Via Roma, 50 a Genzano di Roma. Potete contattarci anche al numero di cellulare: 333.9467351
mercoledì 25 novembre 2009
martedì 24 novembre 2009
I NUOVI PANNELLI SOLARI ANDRANNO A SUCCO D'ARANCIA E MELANZANE
di Alfio NovelliIl Cnr di Messina ha messo a punto una tecnica che usa pigmenti di frutta e verdura locali per generare corrente. Un progetto futuristico? Per niente. Quest’estate a Ventotene comincia la produzione.
Tesori del sud: Arance e melanzane sono notevolmente più ecologiche del silicio. Al momento però la loro resa energetica è inferiore. L’obiettivo è arrivare ad un costo di 30 cent per Watt contro i 4 € del silicio
L'oro grigio: Il silicio abbonda nella crosta terrestre, ma i costi per estrarlo sono piuttosto alti.E’ un materiale conduttore e dunque, opportunamente trattato, ha la capacità di trasformare i raggi solari in energia
Dal fruttivendolo: “ Un chilo di arance siciliane, Moro di Lentini, grazie. Me le dia belle rosse, per piacere: mi servono per accendere le lampadine di casa.Vorrei anche qualche melanzana del Messinese: devo preparare il pollo con le patate al forno, e si sa che a cuocerlo si consuma parecchio........” Una scena surreale? Oggi sì, ma non lo sarà per molto. Grazie alle antocianine, le molecole che danno colore a prodotti vegetali come arance e melanzane, è infatti già possibile costruire pannelli fotovoltaici “biologici”. In grado di sfruttare, per il loro funzionamento,una parte di quel meccanismo di cui le piante si servono per catturare ed utilizzare i raggi del sole: la fotosintesi clorofilliana. Alcuni pigmenti naturali, infatti, “eccitati” dai raggi del sole, liberano elettroni che in questi nuovi pannelli biologici sono convogliati in un filo conduttore come quello dell’impianto elettrico di casa. Qualche sperimentazione era già stata fatta in passato, ma non si trovavano pigmenti che rendevano davvero conveniente lo sforzo. Ora siamo alla svolta, grazie ad una scoperta “maturata” in Sicilia. Una ricerca condotta dall’Istituto per i Processi chimico-fisici del Cnr di Messina ( in uscita su Solar Energy Materials and Solar Cells) indica alcuni prodotti tipici siciliani come quelli capaci di dare la spinta decisiva al fotovoltaico organico. I frutti più “elettrici” risultano infatti la melanzana ‘i sita di Messina (dalla buccia simile alla seta nera) e l’arancia rossa il Moro di Lentini. Come l’hanno scoperto? “Le celle solari fotoelettrochimiche, quelle con cui imitiamo il principio della fotosintesi, furono ideate dal prof. Michael Grätzel, dell’Università di Losanna, agli inizi degli anni novanta. Lui le testò, ma con scarso successo, sfruttando estratti di more californiane” spiega Gaetano di Marco, ricercatore dell’Ipcf-Cnr. Da allora si è cercato di trovare pigmenti vegetali con un’elevata efficienza fotone-elettrone, cioè in grado di liberare più elettroni possibile. Ma anche con un’elevata efficienza energetica, cioè che fossero in grado di produrre una buona potenza elettrica e quindi, un buon voltaggio. Basti tener presente che nel caso del silicio (materiale non organico alla base dei pannelli fotovoltaici tradizionali) il primo valore è 72%, il secondo 15%. E che è in grado di produrre 0,7 Volt per cella. Gli studi del Cnr di Messina hanno provato che il succo di Moro di Lentini e la buccia della melanzana di Messina sono tra i pigmenti naturali più elettrici che ci siano. Hanno già il 3% di efficienza energetica, ma promettono di arrivare all’8%. E producono più di 0,30 Volt. “Queste misure, che abbiamo effettuato per conto dell’Ipcf-Cnr, sono davvero promettenti” spiega Carlo Alberto Bignozzi, direttore del dipartimento di Chimica dell’Università di Ferrara, il primo in Italia ad occuparsi di celle fotoelettrochimiche. “Ma c’è un aspetto ancora più interessante: in Sicilia sono riusciti a trovare dei metodi naturali per rendere stabili questi pigmenti che, una volta estratti, vengono rapidamente ossidati dall’ossigeno atmosferico. A oggi si è arrivati a quattro mesi di stabilità e questo lascia ben sperare.” A Messina si sta lavorando anche per realizzare una cella (l’elemento alla base del pannello fotovoltaico) completamente organica. Così da ottenere non solo un pannello a basso costo (l’obiettivo è produrre 1 Watt con 30 cent invece dei circa 4 € spesi con il silicio), ma un prodotto completamente biodegradabile e atossico. Il silicio, infatti, si può riciclare, ma attraverso un processo costoso che, comunque, ha un impatto sull’ambiente.Dunque come funziona, in pratica, il nuovo pannello? “La cella fotoelettrochimica è una batteria che riproduce il processo fotosintetico naturale” spiega Giuseppe Calogero, ricercatore dell’Ipcf-Cnr. “I raggi solari arrivano ad un fotoanodo fatto di vetro conduttore e ad uno strato di nanoparticelle di biossido di titanio impregnato di pigmento naturale. Quest’ultimo, eccitandosi, libera elettroni che, attraverso un filo conduttore, arrivano al catodo di platino.Da qui vengono attratti da una soluzione di iodio/ioduro, che a sua volta rifornisce il pigmento degli elettroni persi. Così si chiude il circuito elettrico e circola corrente.” I ricercatori stanno già perfezionando un metodo per sostituire il platino con la grafite ed abbassare ulteriormente i costi.
A QUESTO PUNTO LA POSSIBILITA’ DI SOSTITUIRE IL SILICIO SI AVVICINA.
I pannelli organici non avranno mai lo stesso rendimento energetico, ma sono competitivi per costo di produzione e vantaggi ecologici. In più possono funzionare con la luce che va dall’alba al tramonto e con il sole coperto (mentre quelli al silicio rendono solo in giornate soleggiate) ed essere posti non soltanto sui tetti ma anche sulle pareti di un palazzo. Essendo trasparenti possono essere usati come vetrate colorate fonoassorbenti, o come elementi decorativi.
Quindi torniamo alla massaia di cui si diceva all’inizio: con la spremuta di un chilo di arance potrebbe far funzionare un pannello che alimenta tre lampadine da 60 Watt, mentre per il forno servono le bucce di quattro chili di melanzane.
giovedì 19 novembre 2009
LA VITTORIA DI FABIO: I DIRITTI DEI LAVORATORI VALGONO ANCHE PER LA COOP
Terra Sociale esprime la più viva soddisfazione per il reintegro del compagno Fabio Saracino delegato sindacale della RdB presso la COOP di Genzano. Il Tribunale del Lavoro di Velletri ha infatti giudicato illegittimo il suo licenziamento dello scorso mese di maggio. Terra Sociale auspica che la vittoria di Fabio costituisca il primo passo per l'affermazione di una reale democrazia sindacale e per il pieno rispetto dei lavoratori ovunque essi siano impiegati.
martedì 17 novembre 2009
Riceviamo e volentieri pubblichiamo: Riprendiamoci la notte!

Per sabato 21 Novembre, a ridosso della giornata internazionale dell’orgoglio trans e di quella contro la violenza sulle donne, una rete di collettivi e realtà femministe, ltibq e singole, ha costruito una manifestazione contro la violenza di genere. Dopo le manifestazioni degli anni scorsi contro la violenza maschile sulle donne (nel 2007 e nel 2008), si è voluto ribadire ancora una volta come non siano le politiche sicuritarie a dare sicurezza alle donne, trans e lesbiche, ma come, invece, in una città di ronde e lame, l’unica arma possibile sia quella della solidarietà. E’ per questo che la rete invita donne e trans, puttane e rom, migranti e lesbiche a riprendersi la città di notte, in un corteo che partirà da p.zza Vittorio alle 18.30, attraverserà San Lorenzo per finire in pzzale del Verano. Durante il percorso antisessismo e antifascismo saranno proposti attraverso musica e performance, oltre che attraversando alcuni luoghi che mostrano le contraddizioni delle politiche costruite sui corpi delle donne: la stazione (da sempre luogo simbolo della violenza, ma solo di quella fuori dalle mura domestiche), piazza Vittorio, luogo di immigrazione, ma vicino a un noto spazio occupato da fascisti, San Lorenzo, luogo della “movida romana”, da poco oggetto di sgomberi e minacce di sgombero.
sabato 14 novembre 2009
II° parte de "Il comandante Nicola" di Alfio Novelli
Nell’abitacolo di uno di essi il Commissario e vice Commissario discorrono pacatamente. O meglio discorre il vice Commissario. Il Commissario lo sta a sentire, incapace di sollevarsi alla sua altezza lirica. Di che cosa parlava Nicola in quei momenti? Mah, delle cose supreme, dei valori assoluti, del destino e dei doveri dell’uomo: un monologo sui massimi sistemi, uno spiegamento etico di così ingenua nobiltà, che al confronto il Sublime di Platone o la frase di Kant sul cielo stellato sopra di noi e la coscienza morale dentro di noi sono banali chiacchiere da bottega di parrucchiere. Il Commissario lo lascia dire ed assente in silenzio, ammirando senza parole l’incredibile purezza d’animo di quest’uomo, venuto dal popolo e pervenuto ad altezze che sono concesse solo ai più grandi spiriti dell’umanità. Ormai lo conosce e sa che quelle parole sono tutte vere. In bocca a chiunque altro suonerebbero come un’intollerabile retorica dei buoni sentimenti. Dette da lui, sono garantite dalla copertura aurea d’una convinzione assoluta e d’un coerente, consapevole impegno: dedizione totale d’un personaggio generoso, che, a dispetto di tanto idealismo, è pure un maestro di azione pratica, un combattente generoso ed un sapiente, perfino furbo governatore di uomini, esperto dei vizi umani e del valore. In principio non era stato così. Con l’unificazione delle forze nel Corpo Volontari della Libertà, Nicola, ispettore delle forze garibaldine in Canavese-Valli di Lanzo, era diventato vice Commissario di Zona, sostituendo o neutralizzando l’azione deleteria del precedente Commissario di guerra d’una delle due Divisioni garibaldine colà operanti, uno che intendeva la Resistenza prima di tutto come rivalità e sopraffazione tra le diverse formazioni. Quando era arrivato lui con quei bei discorsi commoventi sulla fraternità dei partigiani, sul fine comune cui tutti tendevamo pur nella differenza ideologica dei punti di partenza, ecc. ecc., il Giellista, ammaestrato dalle esperienze precedenti, s‘era abbottonato fin sotto il mento, pensando: “ Ma chi crede di far fesso, questo qui, con ‘sti discorsi?”. C’era voluto un po’ di tempo per rendersi conto che no, Nicola non voleva far fesso nessuno. Lui credeva fermamente nelle cose bellissime che diceva, così belle da non parer vere in quell’ambiente insidioso e turbolento ch’era sempre stata la III Zona. Lui parlava come nel “Cuore” di De Amicis, ed era ben convinto di quel che diceva: lui diceva quelle frasi che si scrivono sulle lapidi e si pronunciano nei brindisi alla fine dei banchetti, ma senz’ombra di retorica. Nicola era un puro e un santo: vero e perfetto esempio di santo laico. E con tutto questo – ripeto – per niente un sognatore imbelle, ma un uomo d’azione, un pratico, un concreto realizzatore. L’elevata conversazione di quella notte ebbe una brusca interruzione. Discesi sul ponte del Malone prima di Front, fu tosto chiaro che i nostri vecchi autocarri non ce la facevano a trainare i 140 su per la salita successiva. Trambusto generale e, allora sì, vociare concitato. Che fare? Per fortuna molti dei nostri uomini erano di quei posti (chi l’ha detto che la guerriglia deve muoversi nel paese come i pesci nel mare? Mao? sante parole!) e subito uno uscì fuori con la proposta:”Qui vicino c’è una cascina dove hanno dei trattori. Andiamo a requisirli!” Detto fatto, irruzione notturna d’una banda armata fino ai denti nel pacifico cortile di una grossa cascina. I contadini scendono sbigottiti in camicia da notte, abbottonandosi i pantaloni alla meglio. Uno dei nostri ha pratica di trattori, e per darne prova si esibisce in una spericolata gimkana girando in tondo nel cortile con un fracasso orribile. Abbaiare furioso di cani, starnazzar d’oche e di galline, gatti che s’inerpicano come saette in cima al fienile o s’infilano nelle botole sotterranee. (…) A Torino ci arrivai poi due giorni dopo, insieme a Ghione, il mio fedelissimo aiutante di campo, e solo un paio d’uomini, seguendo a distanza, fra le stoppie dei campi di granoturco, la testaccia bionda d’una nostra staffetta – soprannominata “l’Arsenal” per il suo smodato amore delle armi – che marciava in avanscoperta, con l’aria innocente d’una fanciulla tra i campi in cerca di violette.(…) Nicola, invece, era entrato in Torino coi primi, aveva combattuto per le strade, contribuendo alla conquista di quella caserma e di quell’ufficio, dove ora si pavoneggiava il Commissario Tommasi e cercava di raccapezzarsi nella bolgia degli ultimi giorni di Liberazione, accresciuta dal fatto che il Comandante Picat si era ferito malamente col proprio mitra ed era ricoverato all’Ospedale Militare, sicché tutte le grane e anche i rapporti col Comando Piazza cadevano sulle spalle inesperte del Commissario. Ma Picat aveva fatto in tempo a rispedire Nicola in val di Lanzo, per l’ultima e la più originale delle operazioni di guerra:accogliere “fraternamente” le truppe francesi che si erano affacciate sulle Alpi con la pia intenzione di occupare il Piemonte militarmente. L’eleganza con cui Nicola svolse questo compito diplomatico è stata spesso ricordata, e completa la sua figura con un tocco di praticità e d’astuzia che è un correttivo indispensabile della sua incredibile purezza. A differenza delle truppe francesi affacciatesi con gli stessi scopi in val d’Aosta, che erano comandate da un esperto di montagna come Frison-Roche, queste non erano proprio all’altezza della situazione. Sul Col d’Arnas alla fine di aprile ci sono metri di neve, e i francesi, saliti da Bessans, a quanto pare non lo sapevano. Sicché il primo compito di Nicola, ch’era un buon alpinista, fu di salvarli. Dopo averli rifocillati, ristorati e curati dai sintomi di congelamento, li accompagnò al piano con una piccola scorta, che li ossequiava e li serviva, ma non li mollava di un centimetro. E ad ogni paese una piccola guardia d’onore di partigiani presentava le armi ai camerati francesi. Ora bisognava sapere che in quella valle noi si era lasciato sì e no una trentina d’uomini. Per svolgere degnamente la cerimonia Nicola ricorse al classico espediente in uso nei teatri di provincia per le comparse dell’Aida: mentre lui e pochi uomini della scorta accompagnavano lentamente i francesi giù per la strada più lunga, i partigiani che avevano appena fatto il presentat’arm si buttavano a precipizio per le scorciatoie, e andavano a formare di nuovo il drappello d’onore in un altro paese. Prima a Balme, poi Ala di Stura, poi a Ceres. Il comandante francese, che aveva creduto di scendere a conquistare il Piemonte, finì per restare impressionato. A un certo punto si complimentò con Nicola e gli chiese:”Mais combien d’hommes avez-vous dans la vallée?”(Quanti uomini avete nella valle?). E il buon Nicola, che forse in vita sua aveva mai detto una bugia, si mise sull’attenti e sparò a muso duro:”Presque mille, mon Capitaine!”. (circa mille, capitano).”
Qui termina il racconto, vorrei aggiungere alcune considerazioni a margine.
La prima è che Mila descrive, meglio, scolpisce la figura di Nicola Grosa nella sua incommensurabile interezza. Il personaggio Nicola sta tutto lì, in quella notte del 25 Aprile del ’44, all’interno di quella cabina dell’autocarro che lentamente procedeva verso Torino. Chi ha avuto il privilegio di averlo conosciuto, di esserci vissuto vicino non può che essere orgoglioso di quella amicizia. In una manifestazione di commemorazione di Nicola, Norberto Bobbio disse: “Non spetta a me raccontare le sue memorabili gesta di comunista militante prima, di partigiano poi. Ma non posso dimenticare quello che Nicola ha sempre fatto per tenere alto il nome dei suoi compagni combattenti, per difenderli dagli oltraggi, per sottrarli alla dimenticanza durante tutto l’oscuro periodo della rinascita delle forze della restaurazione. (...) Grosa era un uomo apparentemente freddo ma il suo entusiasmo era dentro ed esplodeva in parole che possono sembrare magniloquenti ma erano appassionatamente sincere. Era un uomo semplice, apparentemente tranquillo, e qualche volta pareva persino imbarazzato. Eppure era un uomo forte, “forte come una roccia – come scrisse un giorno Franco Antonicelli – una delle rocce ch’egli da vecchio scalatore conosce da sempre”, indipendente, pieno di dignità, inattaccabile, uno di quegli uomini su cui gli amici possono contare perché fanno quello che dicono, mantengono quello che promettono e li puoi sempre trovare perché stanno fermi al loro posto, anche se il posto è difficile da tenere”. Nicola fa parte di coloro che hanno sacrificato tutto per il bene degli altri. Questi sono gli uomini che purtroppo ci mancano. E’ un dovere, anzi un obbligo da parte nostra far conoscere ai giovani l’esempio di vita trasmessoci da Nicola.
Qui termina il racconto, vorrei aggiungere alcune considerazioni a margine.
La prima è che Mila descrive, meglio, scolpisce la figura di Nicola Grosa nella sua incommensurabile interezza. Il personaggio Nicola sta tutto lì, in quella notte del 25 Aprile del ’44, all’interno di quella cabina dell’autocarro che lentamente procedeva verso Torino. Chi ha avuto il privilegio di averlo conosciuto, di esserci vissuto vicino non può che essere orgoglioso di quella amicizia. In una manifestazione di commemorazione di Nicola, Norberto Bobbio disse: “Non spetta a me raccontare le sue memorabili gesta di comunista militante prima, di partigiano poi. Ma non posso dimenticare quello che Nicola ha sempre fatto per tenere alto il nome dei suoi compagni combattenti, per difenderli dagli oltraggi, per sottrarli alla dimenticanza durante tutto l’oscuro periodo della rinascita delle forze della restaurazione. (...) Grosa era un uomo apparentemente freddo ma il suo entusiasmo era dentro ed esplodeva in parole che possono sembrare magniloquenti ma erano appassionatamente sincere. Era un uomo semplice, apparentemente tranquillo, e qualche volta pareva persino imbarazzato. Eppure era un uomo forte, “forte come una roccia – come scrisse un giorno Franco Antonicelli – una delle rocce ch’egli da vecchio scalatore conosce da sempre”, indipendente, pieno di dignità, inattaccabile, uno di quegli uomini su cui gli amici possono contare perché fanno quello che dicono, mantengono quello che promettono e li puoi sempre trovare perché stanno fermi al loro posto, anche se il posto è difficile da tenere”. Nicola fa parte di coloro che hanno sacrificato tutto per il bene degli altri. Questi sono gli uomini che purtroppo ci mancano. E’ un dovere, anzi un obbligo da parte nostra far conoscere ai giovani l’esempio di vita trasmessoci da Nicola.
mercoledì 11 novembre 2009
STORIE PARTIGIANE
Il comandante Nicola…di Alfio Novelli
Un importante episodio della guerra partigiana che non ha avuto la giusta rilevanza storica (I° parte)
Me lo sono trovato fra le mani per un puro caso. Erano anni che ritenevo d’aver smarrito un breve racconto, a me molto caro, della guerra partigiana, scritto dal grande musicologo e critico musicale torinese Massimo Mila (1910-1988) che partecipò attivamente alla Resistenza in Piemonte nella zona a confine tra il Canavese e le valli di Lanzo. Militava nelle file delle Brigate Matteotti di Giustizia e Libertà. Lì incontrò il comandante “garibaldino” Nicola Grosa (Torino, 1904-1978) conosciuto per la sua dirittura morale, antifascista e comunista sin da giovane (nel ’24 aveva issato la bandiera rossa in cima alla Mole Antonelliana). Finita la guerra Grosa fece creare nel Cimitero Generale di Torino il Campo della gloria, un’area in cui Nicola riunì i resti delle centinaia di giovani e meno giovani partigiani (italiani, ma anche russi, inglesi, cecoslovacchi, francesi) caduti durante la Resistenza e che egli aveva comandato e, a suo tempo, obbligato dalle circostanze, dare una sommaria sepoltura all’ombra di un albero o ai piedi di un masso.Dopo la guerra, per molti anni, quei resti andò a raccoglierli lui stesso, a mani nude, ricordando perfettamente di ciascuno il luogo della prima affrettata sepoltura. Ma veniamo al racconto ritrovato:
“Notte del 25 Aprile 1945. E’ la notte di “Aldo dice: 26x1”, l’ordine, tanto lungo atteso, del Comando Militare Regionale Piemontese: “Tutte le formazioni partigiane in oggetto scendano dai monti, dalle colline, avanzino dalla pianura e si stringano concentricamente su Torino, attestandosi sulle posizioni prestabilite, per ripulire la città dai fascisti e cacciare via i tedeschi”.
Dal Canavese scendiamo in una colonna enorme, circa 1.500 uomini, della II e IV Divisione Garibaldi e della IV GL (i Matteotti, forti anche loro di molte centinaia d’uomini, scendo lungo un’altra direttiva, nella zona a loro familiare di S. Giorgio e di S. Giusto Canavese).
Da Valperga abbiamo scelto l’itinerario Busano-Front, anziché, quello più scoperto di Rivarolo. Trasciniamo con noi, aggiogati a due autocarri che marciano con le estreme riserve di benzina miracolosamente risparmiate per questo momento i due cannoni 149 rimasti sempre in dotazione delle forze canavesane, piovuti chissà da dove, residuati di chissà quale disfatta dell’esercito regio o delle Brigate nere, e naturalmente mai adoperati. Né adesso abbiamo intenzione di bombardare Torino, figurarsi! Ma ce li tiriamo dietro per un riflesso di vanità infantile, forse, chissà, in vista della parata, quando le formazioni partigiane sfileranno per le vie di Torino da loro liberata prima che americani, inglesi o russi abbiano potuto ficcarci il naso.
Sul sedile d’uno degli autocarri siedono, accanto al guidatore, il Commissario e il vice Commissario della III Zona. Siamo tutti e due sotto i quarant’anni, e a tutti e due le gambe servono bene; nessun percorso per quanto lungo e accidentato, ci spaventa, e potremmo benissimo dare la “spersa” ai nostri giovanotti su per montagne e per colline. Ma tant’è, agli occhi dei ragazzi noi sembriamo dei matusa, e a tutti i costi hanno voluto insediarci lì sopra.
Il vice Commissario è Nicola, che le solite nefaste esigenze di lottizzazione (“il Comandante della III Zona è garibaldino, allora il Commissario dev’essere giellista”) hanno collocato in posizione gerarchicamente subordinata a qualcuno che, in fatto di meriti partigiani, non gli arriva nemmeno al ginocchio. La notte è serena. Regna la pace, per il momento, sui prati del tormentato Canavese, e il nostro lungo serpente d’uomini armati vi si snoda attraverso, bisogna dire, con ammirevole compostezza e silenzio. Nessuno canta, nemmeno sghignazza, nessuno alza la voce: millecinquecento uomini sfilano via attraverso i campi come un soffio. Giusto giusto i nostri autocarri con i lunghi 140 fanno un po’ di baccano, a metà della colonna.(seguirà nella II° parte)
lunedì 9 novembre 2009
GAP 4: PICCOLA FESTA POPOLARE
Sabato mattina l’atmosfera intorno ai due banchetti del GAP di Via Toscana era quella di una festa popolare. Un capannello di persone che chiacchieravano, distribuivano e ricevevano i prodotti alimentari, facevano la fila per registrarsi nel Gruppo di Acquisto. E’ la conferma del successo di una formula politica che si registra in tutta Italia. Solo che a Genzano possiamo aggiungere con soddisfazione che assistiamo a un crescendo. Come al solito, iniziamo dai numeri. Dalle 10.00 alle 13.00 abbiamo distribuito: 125 chili di patate, 25 litri di olio di oliva biologico, 24 chili di pasta, 20 chili di legumi vari, 15 di verza, di cavolfiore, carote e cipolle, 14 chili di riso, 10 chili di biscotti e ciambelle,10 di aglio, 9 chili di carciofi, più di 6 chili di salumi, 2 chili di radicchio e, infine, ben 167 uova. Il tutto (più di 3 quintali di generi alimentari) è stato distribuito a 36 associati al GAP, tra vecchi e nuovi: il che ovviamente significa 36 famiglie. Le novità del GAP di sabato sono rappresentate dalla presenza di prodotti di aziende locali (uova, salumi e biscotti), dalla varietà dei prodotti e soprattutto dalla grande voglia di partecipazione che ci hanno trasmesso i cittadini. Nei giorni precedenti avevamo esteso l’area di diffusione del volantinaggio porta a porta a tutta Genzano e, in effetti, abbiamo registrato l’affluenza di persone residenti in altre zone della città e addirittura da altri centri dei Castelli, come Ariccia e Marino.
Infine, ma ci pare la cosa politicamente più importante ben tre persone hanno chiesto di aderire direttamente a Terra Sociale. Stiamo parlando di un’associazione che si ispira agli ideali del marxismo e del comunismo libertario.
Ora ci sia concesso concludere ponendo una domanda: perché le persone sentono l’esigenza di aderire a un’associazione così marcatamente connotata a Sinistra, mentre rifuggono dal frequentare le locali sezioni dei partiti?
Al di là delle risposte che ognuno può darsi per noi rimane l’impegno a irrobustire la presenza del GAP a Genzano o per dirla meglio:
10, 100, 1000 GAP.
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